INTERVISTA. Da Reckoning song ad Anagnorisis: Asaf Avidan incanta l’Arena Sferisterio

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A Musicultura 2020 approda Asaf Avidan, il cantautore israeliano che nel 2012 ha scalato le classifiche internazionali con il brano Reckoning song, confermando così di fatto il suo posto tra i più interessanti esponenti della canzone d’autore dell’ultimo decennio.
Si definisce un cittadino del mondo: dagli esordi a Gerusalemme ha scelto di vivere la tranquillità di Colle San Bartolo, vicino Pesaro, dove ha deciso di stabilirsi per lavorare. “Solo i marchigiani si stupiscono di questa scelta – scherza – e a loro rispondo di darmi delle ragioni per non farla: le Marche sono una regione meravigliosa”.
Avidan è un artista eclettico che nel corso della sua esperienza musicale è giunto alla maturità necessaria per esprimersi come solista, proponendo al suo pubblico progetti sempre nuovi e ragionati. Il suo ultimo album, Anagnorisis, in uscita a settembre, ne è una chiara esemplificazione.

È stato la mente creativa di Asaf Avidan & the Mojos, una band folk rock israeliana che ha fondato nel 2006 a Gerusalemme e con la quale ha pubblicato tre album: The Reckoning, Poor Boy/Lucky Man, Through the Gale. Qual era l’idea alla base del gruppo?

È difficile da dire: guardando indietro non è cambiato molto tra quei giorni e quello che è avvenuto dopo, soprattutto a livello artistico e cantautoriale. Ad essere onesti forse non eravamo propriamente un gruppo. Ho studiato cinema e volevo concentrarmi su quella strada, la musica è arrivata dopo.

Ero davvero spaventato e l’idea di avere una sorta di famiglia con cui approcciarmi a questo mondo mi ha aiutato molto. Vivere ogni giorno per quattro anni con queste persone è stato importantissimo dal punto di vista della produzione musicale, sono tutti dei musicisti di talento ed ognuno ha portato qualcosa alla musica che stavamo creando. La mia vena solista rimaneva comunque palese. Siamo cresciuti negli anni ’90 con i Nirvana e siamo stati influenzati dai Led Zeppelin e Jimi Hendrix, volevamo riportare in auge il folk, il blues e il rock poiché in quegli anni tutto ruotava intorno al pop e all’hip-hop. Questi erano i Mojos. Nell’ultimo album che abbiamo prodotto si può ascoltare la mia inversione di tendenza: ero pronto a lanciarmi dal trampolino da solo.

Nel 2012 il brano Reckoning Song diventa popolare in Germania grazie a un remix di DJ Wankelmut e viene pubblicato in versione digitale con il titolo One Day/Reckoning Song (Wankelmut Rmx) raggiungendo le prime posizioni nelle classifiche internazionali in paesi come Italia, Belgio, Francia e Paesi Bassi. Com’è stato vivere sulla propria pelle il successo immediato del singolo a livello internazionale?

In realtà è stato piuttosto difficile, il successo mainstream non era affatto pianificato. Naturalmente desideravo sfondare e sono grato per quello che è avvenuto con Reckoning song ma il remix non era propriamente mio, la canzone era stata ridotta. Ero spaventato del fatto che le persone mi avrebbero per sempre associato al ritornello One Day remixato. Quando però ho cominciato a pubblicare album differenti mi sono subito reso conto che il pubblico non era stupido, Reckoning song era stato solamente il lasciapassare per conoscere la mia musica, da lì la gente andava alla ricerca di altri miei brani.
Non posso parlare di amore e odio per Reckoning song, avrei preferito che la storia fosse stata scritta in maniera differente ma alla fine dei giochi mi ha introdotto al pubblico internazionale e sono felicissimo di questo.

Proprio dopo il successo di One Day decide di optare per un percorso da solista continuando ad esibirsi dal vivo in versione acustica. A cosa è stata dovuta questa inversione di tendenza?

Avevo deciso di intraprendere la mia carriera da solista già prima dell’uscita di One Day, tanta era la voglia di dar sfogo al mio mix d’impulsi, ma l’improvviso successo della canzone ha fatto tardare la definitiva separazione dal gruppo. Era come se mi sentissi un po’ confinato con i Mojos, privo di nuovi orizzonti. Il blues e il rock non mi bastavano più. Mi sentivo cresciuto come essere umano e volevo sperimentare cose nuove.

Anagnorisis è il nuovo album che uscirà l’11 settembre. È una parola greca che significa agnizione, che indica non solo l’identità di un personaggio ma anche l’improvvisa consapevolezza di una situazione reale. Qual è stata la genesi di questo ultimo progetto?

Anagnorisis è proprio questo: l’improvvisa presa di coscienza della vera identità da parte di un personaggio, il momento che ci fa uscire dall’ignoranza e ci mette faccia a faccia con la verità. Già prima del lockdown mi sono isolato per scelta, volevo stare da solo dopo dieci anni di concerti e mi sono stabilito nelle Marche, nella tranquillità di Colle San Bartolo. Ho da poco compiuto quarant’anni e mi sento nel pieno di una crisi di mezza età (ride). Quest’album è la ricerca della mia vera identità. L’agnizione funziona nella finzione, nel dramma, non nella vita vera. Ogni canzone dell’album fa rivivere un piccolo personaggio che è dentro di me e se avrete la pazienza di ascoltare con attenzione verrà fuori il quadro completo di chi sono.

A Musicultura 2020, il suo ritorno sul palco dopo mesi di incertezza dovuti all’attuale emergenza sanitaria: sensazioni?

Sembra una frase fatta ma il palco è veramente la mia vita, quindi ringrazio Musicultura per avermi reso possibile calcarlo in un momento così delicato. Spero di aver saputo esprimere il massimo!

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