INTERVISTA. “Musica delle mie fauci”: il primo progetto musicale di Antonio Rezza a Musicultura

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“Quel che presento è musica delle mie fauci, non un tentativo di fare ciò che già so fare, di invadere un campo seminato altrove, ma la prova che la vibrazione può estendersi al di qua dell’intelletto e garantire al giudizio un’estensione musicale”. In questi mesi di reclusione il performer Antonio Rezza non si è fermato, ma è riuscito a modulare suono e pensiero dentro una bocca che ha parlato meno. E che è tornata ad essere prodiga di parole in quest’intervista.

In un mondo in cui lo spettro dell’arte performativa va da Marina Abramovic ad Antonio Rezza, chi è il performer e qual è il discrimine effettivo tra performer e attore, se ce n’è uno?

Il limite che c’è tra il performer e l’attore è la durata del tipo di sperimentazione: l’attore non conduce una vera e propria sperimentazione, perché necessita sempre di un personaggio o di uno stato d’animo. Non può sperimentare ma, con molta dedizione, può diventare un bravo esecutore. La performance è qualcosa di differente. Credo che la ricerca di Marina Abramovic si sia conclusa un po’ di tempo fa; spero che la ricerca mia e di Flavia Mastrella non si concluda così presto. Non è un giudizio di merito ma è evidente che la dirompenza iniziale di Marina Abramovic, la sua cattiveria e la sua sfrontatezza siano andate perse, perché perdere fa parte di un processo fisiologico. Anche un corpo mozzo o fatto a pezzi possiede una sua energia, ma in un percorso artistico si potrebbe arrivare a non trovare più qualcosa da dire. Nel momento in cui dovesse avvenire, anche nel mio caso, è meglio farsi fuori.

Quanto l’idea di performance è connessa con la manipolazione, giocosa o disturbante che sia, del proprio corpo davanti al pubblico?

Non mi pongo il problema: ci si nasce così, non ci si diventa. Non esiste una scuola per non servire il personaggio o per non essere attore; non può essere solamente lo stato d’animo di qualcun altro a guidare le gesta di un attore. I più grandi attori che io riconosco, per esempio parlando di italiani Gian Maria Volonté o Mastroianni, servivano sì lo stato d’animo, ma già in maniera performativa. Non nascere attore, quindi non dovermi immedesimare, è stata per me una grande fortuna: attraverso gli habitat che realizza Flavia Mastrella sono doppiamente avvantaggiato perché mi trovo in uno spazio che non è neppure mio e posso fare davvero ciò che non mi aspetto.

Nel luglio 2018, forse fin troppo in ritardo, il Festival Internazionale di teatro della Biennale di Venezia vi ha attribuito il Leone d’Oro alla carriera. Qual è il segreto della longevità trentennale del duo Rezzamastrella?

Ci sono da sempre alcuni momenti di attrito, però il vero disaccordo potrebbe subentrare solo quando non ci si riconosce più in quel che si fa. Si potrebbe creare una frattura facendo cose brutte: finché uno fa cose belle si va avanti, con sacrificio e abnegazione, che non significa mai negare se stessi, ma significa fare della vita artistica l’unica vera vita esistente. Comunque, lavoriamo spesso anche autonomamente: difatti ora io sto preparando un film su Cristo e Flavia invece un film sulla Costituzione recitata dagli animali.

Parliamo ora di Pitecus, opera a più quadri presentata al pubblico de La Controra di Macerata, lo spettacolo teatrale sull’uomo e sulle sue perversioni “(mai) scritto da Antonio Rezza”, come tu stesso dichiari. Immaginando sia un’opera per sua natura volontariamente non codificata, sempre in divenire, anche linguisticamente, come è maturata in tutti questi anni? Sei rimasto fedele all’idea sorgiva del 1995?

Pitecus sfrutta la tecnica bidimensionale di Flavia Mastrella che prevede i quadri di scena da cui sbuco con la testa, con le braccia e con le gambe; è l’unione di tre opere, Barba e cravatta, Seppellitemi ai fornetti e Pitecus; ci sono quindi frammenti di più di trenta anni fa, dal 1988 in poi. L’opera non si è evoluta perché è come uno spartito musicale invariabile: noi facciamo musica e ritmo, siamo nati in primis come musicisti o cineasti. Il teatro è l’unica cosa che non facciamo ma anche l’unico settore che ci ha accolto: per questo la nostra idea di teatro è così difforme da ogni altra forma teatrale. Il cinema non era un terreno libero, lo stiamo riprendendo solo adesso; la musica invece ce l’abbiamo da sempre dentro: per comodità ci esprimiamo in teatro. In Pitecus e in Io, gli spettacoli più antichi, c’è anche dell’improvvisazione, ma in realtà è andata persa. Tutto ciò che sembra improvvisazione fa parte del testo, ovvero il meta-testo si accanisce sul testo. Sono sempre gli stessi spettacoli, pur dando di volta in volta suggestioni diverse, come ogni forma di arte superiore, da Bacon nella pittura a Lynch nel cinema; tutto ciò che non si capisce è per me superiore.

Per quanto riguarda invece Groppo e Galoppo. Il Pianto del Centauro, Armonie gutturali a quattro ganasce, il primo progetto musicale di Antonio Rezza, dichiari: “sapevo di avere un pulpito che dimorava nella gola, ma la vita di ogni giorno, infettata dai discorsi di rappresentanza, non dava al demone la libertà di cui dispone”. Da cosa dovevi liberarti?

Per cervelli che funzionano in autonomia essere chiusi in casa per tre mesi potrebbe essere una ricetta esplosiva. Mi auguro al più presto una pandemia a secco, senza morti e sofferenza. Dovrebbe essere obbligatorio stare chiusi da soli per almeno quattro mesi all’anno, dovrebbe essere legge di stato! Le menti libere se costrette a fare qualcosa danno i risultati più dirompenti: io, nei mesi trascorsi da solo, ho esercitato la mia voce attraverso la musicalità che ho sempre avuto dentro. Ne è uscito un progetto inaspettato, che non volevo divulgare così presto. Ezio Nannipieri però l’ha ascoltato e mi ha convinto subito a presentarlo qui a Musicultura nella Sala Cesanelli.

Questa prima metà del 2020 ha probabilmente acutizzato alcune delle sofferenze costanti nell’industria dell’intrattenimento, del teatro, della musica e della cultura in genere. Quali sono le prospettive del teatro contemporaneo?

Il teatro era già sofferente prima, con schede tecniche sempre più povere e poco personale malpagato. In questo periodo il governo ha ulteriormente dimostrato che la cultura non serve a nulla, non ne ha neppure mai parlato perché a conti fatti la cultura si è lasciata comprare da uno stato in caduta libera. Invito tutti ad andar via per qualche anno, a lasciare la classe politica da sola, senza nessuno da amministrare, per vedere chi governeranno senza pascolo.

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